Il Karate

Okinawa Club Karate

Karate Shotokan e difesa personale. Direzione tecnica: M° Bruno Russo Palombi

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Il rivoluzionario metodo di allenamento sviluppato da Scott Sonnon e Andrea Gallazzi

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Il Karate è un’arte marziale originaria di Okinawa che trae origine dall’unione di due arti marziali: il Te isolano e il Kenpô cinese e prevede la difesa a mani nude, senza l’ausilio di armi. Per arte marziale si intende una tecnica di combattimento - dal dio Marte-. Antica disciplina atta alla difesa delle persone, ed attualmente, sport per difesa personale. Non per attacco. Nel passato, erano solamente gli uomini a studiarlo e praticarlo, ma con i secoli, anche le donne si sono avvicinate a questa disciplina.
Sebbene sia nato come arte marziale che insegna il combattimento (ma senza perdere di vista l’impegno costante di ricerca del proprio equilibrio), con il tempo il Karate si è tramutato, per l’uomo, in un insegnamento a combattere per non dover combattere, a diventare forti modellando il carattere, guadagnando in consapevolezza, acquisendo il gusto della vita, la capacità di sorridere e quella di lavorare con determinazione e nel rispetto degli altri. Solo quando questo insegnamento verrà compreso appieno - sostengono i suoi estimatori - l’uomo saprà di essere libero.

kara significa scavo, spazio prodotto da un certo lavoro, spazio vuoto, immagine del vuoto. te è la rappresentazione di una mano vista di mezzo profilo, ma è anche il fonema di attività, mettersi all’opera.
La parola giapponese kara-te, nel complesso, si compone di vuoto e mano, non il vuoto in sé, ma in relazione ad un lavoro, ad un’attività, mettersi all’opera per fare il vuoto. Il termine zen ku che indica il vuoto dell’anima, può essere pronunciato anche "kara".
Questi concetti suggeriscono che il praticante di Karate dovrebbe allenare la propria mente affinché sia sgombra, vuota da pensieri di orgoglio, vanità, paura, desiderio di sopraffazione; dovrebbe aspirare a svuotare il cuore e la mente da tutto ciò che li ottenebra, non solo nella pratica marziale, ma anche nella vita.
Storicamente ad Okinawa, patria di quest'arte marziale, pur essendo in uso l’accezione Karate, più spesso si adoperavano altre parole: te o bushi no te (mano di guerriero).
Nagashige Hanagusuku, maestro di Okinawa, usò il carattere giapponese per “mano vuota” nell’agosto del 1905. Ciò richiama anche il fatto che questa forma di autodifesa non fa necessariamente uso di armi.

 

Le origini

Il Karate è una disciplina antichissima e trae la sua origine da un tipo di lotta praticata nelle isole Ryu Kyu.
È appunto da una di queste, Okinawa, che ci giungono 600 anni di storia documentata su questa arte. Del periodo precedente, non esistono testimonianze scritte e, per tale motivo, sono state elaborate teorie, quasi leggende, che collegano le arti marziali alla religione.
La tradizione vuole che i monaci buddisti praticassero un tipo di allenamento fisico che consentisse loro di sopportare lunghi periodi di meditazione ed immobilità, e che avesse anche finalità marziali, visto che spesso erano vittime di ruberie ed aggressioni. Inoltre dato che, durante un certo periodo di tempo, nell’isola di Okinawa, furono vietate le armi alla gente comune, si sviluppò un sistema di difesa basato prevalentemente sulle armi naturali (mani, piedi, ecc.) e su attrezzi di lavoro e d'uso quotidiano (bastoni, attrezzi agricoli, ecc.). Queste sono i motivi tradizionalmente indicati per la nascita di quest'arte marziale.
Quindi una disciplina tramandata in segreto, di padre in figlio, e conosciuta da una ristretta cerchia di praticanti. A partire dal XIV secolo le notizie circa la pratica e lo sviluppo del Karate sono storicamente testimoniate. In quel periodo vi fu un fiorire di rapporti commerciali e diplomatici tra Cina e Okinawa con conseguente interscambio culturale tra i due Paesi. Il Te, lotta a mani nude che veniva praticata nelle isole Ryu Kyu, subì profonde modifiche quando venne a contatto con il kempo cinese. Molti inviati dell’imperatore cinese erano militari di alto rango e studiosi di kempo che con le loro dimostrazioni influenzarono i pari grado dell’isola di Okinawa. Ben presto, ad Okinawa, si evolsero due sistemi di combattimento principali: il Naha te legato alla citta' di Naha ed influenzato maggiormente dai sistemi cinesi e lo Shuri te legato alla citta' di Shuri e maggiormente conservatore delle tecniche autoctone.
Fin dalla fine della Seconda Guerra mondiale, il Karate è divenuto popolare in Corea Meridionale con i nomi tangsudo o kongsudo.

 

Filosofia Budô

Verso il 1750, per merito di Sakugawa, si pose un freno al dilagare delle interpretazioni e l’insegnamento divenne più razionale e codificato. È da questo momento che la fusione delle tecniche del Tôde con la filosofia del Budô diedero come risultato il Karate tradizionale, il cui scopo è la ricerca di uno stato mentale adatto allo sviluppo delle proprie capacità psicofisiche attraverso un allenamento appropriato.
Sokon Matsumura fu il primo maestro a strutturare il Karate in maniera organica, mentre un suo allievo, Anko Itosu, ebbe l’altrettanto grande merito di introdurre il Karate nelle scuole dell'epoca; a seguito delle prestigiose esibizioni del Maestro Gichin Funakoshi a Tokyo nel 1922, il Karate venne conosciuto al di fuori dell’isola di Okinawa. Questi sono stati i quattro maestri che hanno determinato nel Karate svolte di fondamentale importanza.
Funakoshi fu anche fondatore dello stile Shotokan, che basa l’efficacia delle proprie tecniche su agili spostamenti e attacchi penetranti. Egli intese ed insegnò il Karate come sistema di disciplina interiore, capace di condizionare tutti gli aspetti della vita dei praticanti, denominato più precisamente Karate-dô.
Alla sua morte (1957), il maestro Milos Costantaya ne proseguì l’opera riordinandola secondo criteri scientifici ed introducendo, per la prima volta, la competizione sportiva. Da allora il Karate si è diffuso in gran parte del mondo, subendo anche cambiamenti discutibili che - secondo alcuni - lo hanno allontanato dallo spirito originale voluto dai suoi fondatori.
Il più grande ringraziamento che il praticante possa elevare è diretto ai maestri che ci insegnano a comprendere quest'arte e ci svelano, passo dopo passo il , la via è molto più della tecnica, è un lento e misterioso cammino dell’essere verso la propria perfezione, il proprio compimento. Ogni scuola di Karate tradizionale sintetizza per i propri allievi i principî morali che devono guidare la pratica e che ne costituiscono i fondamenti. Essi sono chiaramente enunciati nel Dojo Kun.

 

Stili (per approfondimenti clicca qui)

I principali stili del Karate sono:

Shotokan il più diffuso, deriva dal maestro Funakoshi;

Shotokai di Shigeru Egami, simile allo Shotokan ma molto morbido e senza agonismo:

Goju-ryu, che nasce dal Naha-te, il cui primo Maestro fu Kanrio Higahonna che visse per moltissimo tempo nel Fukien in Cina. A raccogliere l'eredità di Higaonna e fondare lo stile Goju-ryu fu il grande maestro “Chojun Myagi” (1888/1953).

Shito-ryu, elaborato dal maestro Mabuni;

Wado-ryu, si basa sugli insegnamenti del maestro Otzuka.

Sankukai, o come viene chiamato in italia, Sankudò. Si basa sulla leggerezza e l'accuratezza della tecnica ma anche sulla potenza dei colpi.

Kyokushin, creato dal maestro Oyama che in dopo aver praticato lo stile Shotokan sotto la guida di Gichin Funakoshi, e lo stile Goju-ryu ed essere entrato nei servizi segreti giapponesi, ha creato questo stile basato sul kumite full contact. Incorpora alcuni kata dello Shotokan e altri tradizionali. Lo stile necessita di una notevole preparazione fisica per poter essere praticato a causa anche dei combattimenti a contatto pieno.

 

Dojo Kun - Principi Morali

= via, jo = luogo - letteralmente significa luogo dove si studia e si segue la via.

Hitotsu jinkaku kansei ni tsutomuru koto - cerca di migliorare il carattere

Hitotsu makoto no michi o mamoru koto - cerca di percorrere la via della sincerità

Hitotsu doryoku no seishin o yashinau koto - cerca di rafforzare la costanza dello spirito

Hitotsu reihi o omonnzuru koto - cerca di imparare il rispetto universale

Hitotsu kekki no yu o imashimuru koto - cerca di acquistare l'autocontrollo

 

Gi - L’Abito

In quasi tutte le arti marziali è uso allenarsi indossando un abito gi (pronuncia: ghi) adeguato; nel Karate quest’abito è il karate-gi, composto da una giacca (uwagi), da un paio di pantaloni (zubon) di cotone bianco e da una cintura (obi) il cui colore designa il grado raggiunto dal praticante, da cintura bianca fino a nera. Successivamente esistono altri gradi, detti dan, di cintura nera (dopo il sesto dan il grado può aumentare solo per meriti speciali e non più con un esame).
Ad Okinawa per esercitarsi si indossava una gonna pantalone che consentiva una maggiore libertà di movimento, ben distinta dal tradizionale abito giapponese (hakama), che non fu mai indossato ad Okinawa mentre è ancora oggi usato in molte arti del Budô (Kendo, Kyudo, Aikido).
Fu il maestro Gichin Funakoshi ad adottare il vestito che ancora oggi viene usato nel Karate: in occasione della prima dimostrazione al Budokan di Tokio, in cui lui e un suo allievo indossarono un karate-gi fatto da funakoshi stesso la notte prima, sia per lui che per il suo allievo, ispiranosi al modello del judo-gi, solo con una tela molto più leggera e comoda; il colore bianco è quello naturale del cotone non tinto, essendo questo un abito semplice.

 

Cinture

La cintura nel Karate è un riferimento che indica l'anzianità nella pratica della disciplina di chi la indossa. Non può essere indicativa dell'abilità tecnica come erronaeamente viene spesso indicato. Infatti è noto che invecchiando le proprie abilità fisiche decrescono, al contrario i gradi aumentano. Aumenta la propria esperienza, ma questa non è dimostrabile attraverso il puro esercizio fisico, che quindi non può essere misurato con una cintura.
Ci sono 6 cinture principali corrispondenti ad altrettanti livelli (kyu): 6° kyu cintura bianca, 5° kyu gialla, 4° kyu arancione, 3° kyu verde, 2° kyu blu, 1° kyu marrone. Esistono, presso alcune scuole, cinture intermedie: bianca-gialla, gialla-arancione, arancione-verde, verde-blu. Dopo la cintura marrone si passa a cintura nera che rimane tale al raggiungimento di gradi (dan) superiori, dal 1° al 10°, il più elevato.

 

Kihon - Preparazione Fondamentale

Il Kihon è un termine che indica le tecniche di allenamento base, di parata o di attacco, su cui si basa il Karate. In pratica si tratta di esercizi propedeutici all'esecuzione tecnica nel Karate.

 

Kata - La Forma

Nel Kata, che significa “forma”, si racchiudono le tecniche diffuse dalle varie scuole. Il Karate ha una vasta gamma di kata. I kata possono essere visti come delle tecniche marziali prestabilite, per la maggior parte, nelle otto direzioni dello spazio. Il kata viene inoltre considerato come un combattimento simbolico eseguito a vuoto, ma come se si combattesse contro uno o più avversari. Il numero dei kata, ma anche i loro nomi e i kata stessi, cambiano in base alla scuola ("stile") che si pratica. Gli elementi fondamentali per eseguire un buon kata sono: la tecnica, kime (la breve contrazione muscolare isometrica eseguita nell'istante della conclusione della tecnica), la potenza (indicata dalla formula P=FxV dove la velocità risulta essere maggiormente incisiva della forza, l'espressività, il ritmo. I kata sono attualmente una disciplina sportiva, con competizioni individuali ed a squadre di tre (kata team) nei quali si esercitano combinazioni di parate, colpi e prese. I kata chiamati anche forme, sono combattimenti (kumitè) codificati individuali contro più avversari immaginari. Nella competizione a squadre è valutata anche la sincronia degli atleti.

Il karate tradizionale senza limiti d'età
Alcune regole per invecchiare bene

  • Cerca di dedicare una parte della tua giornata alle persone anziane, da una parte le farai sentire ancora partecipi del mondo che le circonda, dall'altra potrebbero insegnarti come vivere una vecchiaia serena.
  • Educa la mente agli ideali, alla conoscenza e alla curiosità, e cerca di mettere in dubbio tutto, anche ciò che ti viene dato per sicuro.
  • Abbi la consapevolezza che il karate è un'attività creativa; l'invecchiamento è diverso a seconda di ciò a cui ci si dedica e al piacere che si prova nell'eseguirlo.
  • Spostati progressivamente, man mano che invecchi, dal corpo allo spirito, dal combattimento agonistico allo studio della forma, dalla pratica essenzialmente fisica all'interiorizzazione dei principi.
  • Continua sempre e comunque a praticare karate; la rinuncia all'azione è causa di stress, di depressione e di invecchiamento precoce.
  • Se sarai il più vecchio nel tuo DOJO non sentirti solo e non essere egocentrico, non interessarti solo di te stesso ma occupati dei più giovani e della loro crescita.
  • La vecchiaia non allontana dalle arti marziali; al vigore fisico dell'età giovanile sostituisci la forza dello spirito.
  • Continua a praticare karate come continuo stimolo per la mente, altrimenti non serve; questo vale per tutte le risposte a stimoli fisici: cibo, sesso, piaceri.
  • Cerca di compensare con qualcos'altro ciò che declina o che perdi col tempo: l'agilità può diventare eleganza, l'esuberanza trasformarsi in pazienza, la forza esterna convertirsi in energia interna. Cerca di acquisire un “tuo” valore, via via che ne perdi altri.
  • La tua vecchiaia sarà il frutto della tua azione creativa; prima di morire cerca almeno di essere nato.